La Maglia da calcio: un mix di storia, design e passione.
Maglia del Manchester United 1994/95

La Maglia da calcio: un mix di storia, design e passione.

Il calcio nel bene e nel male è un argomento di discussione che, soprattutto in Italia, raccoglie un numero spropositato di interessati. Non sono qui però per parlarvi di come avrei schierato la formazione domenica scorsa o se il fuorigioco ci fosse o meno; essendo questo un sito dedicato al graphic design e alla comunicazione oggi voglio focalizzarmi su un oggetto che da sempre mi ha molto affascinato ed incuriosito: le divise delle squadre di calcio!

Lo sappiamo più o meno tutti che il calcio è stato inventato in Inghilterra tra la metà e la fine del diciannovesimo secolo e che in poco tempo ha preso piede (è proprio il caso di dirlo!) in tutta Europa e oltre. I pionieri del football giocavano le loro partite con divise di fortuna il cui unico scopo era quello di rendere riconoscibili le squadre in campo. Colori sociali e modalità di accostamento vennero più tardi e per circa 70 anni non subirono particolari scossoni. La svolta avvenne circa trent’anni fa, quando le varie società iniziarono a farsi sponsorizzare dalle aziende produttrici di articoli sportivi.

Piccola curiosità prima di andare avanti: la nazionale italiana fu una delle ultime a cedere spazio allo sponsor sulle proprie divise da gioco (il logo Puma fu il primo ad apparire sulle maglie azzurre circa una decina di anni fa), a parte una breve apparizione negli anni settanta delle famose 3 strisce di Adidas sui calzettoni degli azzurri che rimandavano senza possibilità di errore direttamente al famoso brand tedesco anche senza aver esplicitato direttamente il proprio logo (potenza della comunicazione visiva, altro argomento a cui dedicherò un post appena possibile). 

 

Il “boom” della creatività sull’argomento arriva negli anni ottanta e vede il picco massimo delle sperimentazioni nei novanta, creando oltretutto un mercato molto attivo intorno alle squadre e gli sponsor.

E’ proprio negli anni 80 che sulle maglie da gioco delle squadre iniziavano ad apparire i marchi degli sponsor tecnici e degli sponsor ufficiali, fonte naturalmente di guadagno per le società ma, in molteplici casi, un ritorno di immagine enorme per le aziende che pagavano per far apparire il proprio marchio sul petto dei calciatori: pensiamo solo al ritorno di immagine che hanno avuto Barilla con la Roma di Falcao, Ariston con la Juventus di Platini e Buitoni con il Napoli di Maradona.

Sempre negli anni ottanta iniziano ad apparire nuovi materiali per la produzione delle divise, che passano inesorabilmente dalla lanetta (più o meno uguale per tutti) a tessuti tecnici acetati e più performanti. A questo punto il terreno per la battaglia della creatività è pronto!

Credit: Colorsport.

Graficamente iniziamo a vedere le prime evoluzioni/rivoluzioni stilistiche sulle maglie: personalmente, lo scettro della miglior proposta lo detiene Adidas con il pattern geometrico proposto su parecchie divise di quel periodo, tra cui l’Olanda campione d’Europa nell’88 (stile grafico riproposto in commercio proprio da Adidas in una edizione limitata di t-shirt lo scorso anno). Pattern grafico “simbolo” di quel periodo anche quello proposto da Hummel per le divise della Danimarca: maglia a scacchi a due colori rifinita con sottili righe verticali che con i dovuti miglioramenti e aggiornamenti del caso è sopravvissuta fino ad oggi, vedi il pattern proposto sulle maglie odierne del Barcellona (griffato Nike).

Arriviamo agli anni novanta: i nuovi tessuti per la produzione delle maglie consentono una personalizzazione decisamente più accattivante del passato e designers dei vari brand iniziano un vero e proprio periodo di sperimentazione totale sulle divise.

Oltre ad alcuni richiami al passato (colletti a girocollo anni settanta, laccetti anni cinquanta) le maglie vengono decorate con vezzi grafici di vario genere: pattern geometrici astratti di grande impatto estetico (a parte una gaffe di Lotto che, nel ’92, causò un piccolo incidente diplomatico a causa di un intreccio di figure geometriche che formavano sulle maglie da trasferta della Fiorentina delle involontarie svastiche, subito ritirate dal commercio), stampe dei marchi degli sponsor e dei loghi delle squadre in sublimazione tono su tono che, se dal lato estetico permettono possibilità di variazioni sul tema neanche lontanamente immaginabili fino a pochi anni prima, dal lato romantico vedono più di qualche detrattore. E’ sempre giusto ricordare che la squadra di calcio, per un tifoso, è qualcosa di molto simile al “sacro” e la divisa da gioco è un simbolo di importanza assoluta, quasi un oracolo da preservare.

Probabilmente è stato proprio questo il pensiero che hanno avuto i designers di Umbro che, nel 1994, propongono quella che forse è la maglia che più di tutte ha unito creatività e romanticismo: quell’anno il Manchester United scende in campo con una maglia su cui è raffigurata, tono su tono, un’immagine dell’Old Trafford, il proprio stadio (in Inghilterra, soprattutto, lo stadio rappresenta in modo molto forte la squadra e il tifoso lo riconosce come una vera e propria seconda casa); secondo me un vero e proprio capolavoro di stile, comunicazione e marketing; dentro quella maglia c’è tutto il mondo che il tifoso vuole che gli venga trasmesso: i propri colori, i propri valori e l’appartenenza al gruppo (istinto primordiale che proprio nel tifo calcistico vede ancora oggi una delle sue massime forme di espressione, purtroppo ancora con conseguenze anche negative). Dal lato dello sponsor, naturalmente, una possibilità di introiti enorme: non a caso il Manchester United è una delle società che trova nel merchandising una delle maggiori fonti di guadagno e che automaticamente aumentano esponenzialmente il brand awareness, a prescindere dai risultati sportivi.

Storicamente va citato che, sempre nei novanta, fa il suo ingresso trionfale nella schiera delle aziende produttrici di divise da calcio anche Nike che in pochissimo tempo andrà a raccogliere moltissime società nel proprio parco clienti e ancor di più molti campioni che diventeranno testimonial e protagonisti di epici spot televisivi proprio per l’azienda americana.

Da qualche anno a questa parte, forse, vediamo un mare più calmo per quanto riguarda la vera e propria creatività grafica sulle maglie e, più in generale, sulle divise (comprese tute e materiale d’allenamento) anche se le proposte delle varie aziende hanno una gamma di scelta ben più ampia che in passato: le maglie da gioco sono passate dalle classiche due (quella ufficiale e quella di riserva che, in passato, veniva utilizzata esclusivamente in trasferta nel caso le maglie delle squadre in campo non permettessero una distinzione netta) ad un minimo di tre, con eventuali varianti per le varie competizioni e, soprattutto, con un rinnovamento del catalogo annuale; la prima maglia resta quella dai colori e gli accostamenti appartenenti alla storia del club, la seconda ha lo scopo di essere assolutamente distinguibile per mantenere almeno istituzionalmente il suo ruolo di maglia di riserva, mentre la terza maglia è quella tendenzialmente lasciata più a disposizione dei designers per i loro “esperimenti” che, a volte, riescono a convincere anche il tifoso più romantico.

 

 

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