L’importanza del colore per un brand

L’importanza del colore per un brand

Ci sono scelte, in fase di studio dell’immagine per un prodotto o di un’azienda, che hanno portato negli anni successi probabilmente anche insperati da parte dei vari committenti.
La scelta di un particolare carattere tipografico o la perseveranza nel mantenere più o meno inalterato il proprio marchio nel tempo sono casi di successo a cui ambire ogni volta che si inizia a lavorare ad un nuovo progetto: l’esempio che mi viene sempre in mente è il logo Coca-Cola che in più di un secolo di storia è sostanzialmente rimasto sempre identico, salvo qualche rara divagazione sul tema.
Ci sono altri casi, invece, che riescono a trasmettere il brand awareness anche senza citare il nome dell’azienda, il proprio marchio o alcuni tratti distintivi della propria comunicazione e che sfruttano un solo semplicissimo elemento: il colore.
Il caso più eclatante è senza dubbio quello del Tiffany Blue (che poi è un acqua marina, non proprio un blu).
Senza voler entrare in merito su questioni più burocratiche che creative (Tiffany, come tanti altri casi, ha depositato come marchio il proprio colore), trovo assolutamente affascinante che un’azienda riesca a trasmettere il proprio brand soltanto attraverso un colore. Questa forza (ottenuta con anni di “fermezza” nello stile della comunicazione visiva e un’assoluta convinzione nelle proprie scelte) fa guadagnare al brand possibilità di diffusione praticamente incontrollate, un pò come succede con la viralità sul web negli ultimi anni. Pensiamo soltanto a quanti allestimenti per matrimoni utilizzano il Pantone 1837 (il codice omaggia l’anno di fondazione della gioielleria) e che, nella mente del pubblico, rimanda direttamente e senza possibilità di errore al nome Tiffany: in parole povere, tutta pubblicità gratuita ed incontrollata!

Un altro caso da sottolineare è quello del “rosso Ferrari”: in realtà, la storia dell’accostamento del rosso con l’azienda di Maranello non è dovuto ad una scelta di marketing ma da una disposizione da parte dell’organismo che organizzava le gare automobilistiche del tempo (quello che oggi conosciamo come FIA) che assegnò il rosso ai partecipanti italiani. Un accostamento casuale che ha comunque contribuito a creare il mito della Ferrari: nessun’altra azienda utilizzerebbe il “rosso ferrari” (ufficialmente nominato rosso corsa) per colorare un’auto da corsa, a patto che non voglia essere messa in paragone con il cavallino rampante (paragone a cui probabilmente nessuno è in grado di competere, mediaticamente parlando) o, peggio, passare per un vano tentativo di imitazione.

Trovo che il colore sia di fondamentale importanza per diffondere il brand aziendale: come già detto, in ambito automobilistico il rosso è di fatto un richiamo a Ferrari; nel settore delle bibite, invece, sempre il rosso richiama rapidamente a Coca-Cola: molte aziende che tentano di imitarla, infatti, lo fanno non solo nella ricetta della bevanda ma anche nei cromatismi del packaging, personalmente una scelta non fortunata (e i risultati di vendita credo confermino la mia sensazione). L’unico competitor di Coca-Cola in grado di stare al suo passo è Pepsi che, infatti, adotta da sempre un blu per il proprio packaging; un segno distintivo importante che si distacca totalmente dall’azienda di Atlanta e che, secondo me, comunica chiaramente che “Pepsi ha una sua identità, non è un’imitazione”.

Ulteriore esempio di scelta cromatica distintiva: le confezioni di pasta Barilla sono, da sempre, sulle tonalità di azzurro: il pubblico le riconosce immediatamente negli scaffali di un supermercato e, anche in questo caso, i competitor rischiano di trasmettere ulteriormente il valore del brand concorrente nel caso si propongano visivamente nello stesso modo.

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